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UN’ITALIA PIU’ EUROPEA, PER UN’EUROPA PIU’ ITALIANA

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Mercoledì, 25 gennaio 2012, la Camera ha approvato la mozione 1-800 sulla “Politica europea dell’Italia”, con 468 voti favorevoli e  42 contrari.
Si è trattato di una votazione importante, perché il Primo Ministro Monti potrà dimostrare al vertice del Consiglio europeo del prossimo 30 gennaio, che quanto sosterrà è la volontà dei 4/5 del Parlamento italiano e che in futuro la politica estera italiana, chiunque vincerà le elezioni del 2013, sarà quella indicata nella richiamata mozione.

1) Recuperare la fiducia e la credibilità nazionale
È stato detto e ripetuto che la crisi dell’Italia nei mercati finanziari, oltre che ad essere determinata dal suo elevato debito pubblico, è una crisi di fiducia verso la sua classe dirigente politica.

L’attendibilità del Primo Ministro Monti è una fiducia a tempo, limitata cioè al breve periodo che lo separa dalle prossime elezioni del 2013, quando la tabella di marcia delle riforme potrà essere rimessa in discussione dal nuovo Governo che vincerà le elezioni.
È tanto vero quanto detto, che per constatarlo basta vedere le quotazioni di ieri dei rendimenti dei titoli di Stato italiani rispetto al 9 novembre 2011, giornata nera per lo spread rispetto ai bond tedeschi: i BOT semestrali sono scesi dal 6,50% all’1,847%; mentre i BTP decennali, dal massimo storico di 575 punti,  sono stati quotati a 428 punti, ben 147 in meno. Ciò non basta!

La sfiducia che l’Italia non ce la possa fare a restituire tra dieci anni i prestiti ricevuti è suffragata da un altro dato altrettanto significativo: il declassamento dell’Agenzia di rating Standard & Poor’s, che nello scorso 14 gennaio ha declassato l’Italia dalla doppia AA alla tripla BBB+, facendoci fare ben due salti indietro nella scala delle valutazioni.
E’ da sottolineare che già l’Italia era stata declassata dalla tripla AAA alla doppia AA e già il 16 dicembre scorso (quando ancora non era stato approvato il decreto “Salva-Italia”), la citata Agenzia ci preannunciava un ulteriore declassamento.
Sicuramente quando un’Agenzia di rating declassa un nazione, manda un messaggio ai mercati finanziari: "i saldi di finanza pubblica di quella nazione non sono garantiti dai fondamentali dell’economia reale”. Conseguentemente, i titoli di Stato a medio e lungo termine di quella nazione subiscono dei condizionamenti di carattere non solo psicologico da parte dei risparmiatori e dei loro intermediari, ma anche di carattere strutturale e razionale, perché a nessun intermediario finanziario è consentito andare controcorrente!

L’aumento dei rendimenti dei titoli pubblici italiani in questi ultimi sei mesi ha determinato un'enorme crescita del costo degli interessi, che subirà un impatto devastante nei prossimi tre mesi, quando l’Italia dovrà collocare sui mercati finanziari 450 miliardi di euro tra BOT, CCT, BTP….
Se a tale scadenza i rendimenti non saranno scesi dall’attuale tasso di almeno due punti percentuali, il peso sul bilancio dello Stato sarà di diverse decine di miliardi l’anno per i prossimi anni.
Dobbiamo fare presto e bene!

Dobbiamo fare presto le riforme che garantiscano la stabilità dei bilanci delle Pubbliche Amministrazioni, vale a dire che i bilanci devono essere credibili e non “taroccati” e dobbiamo fare bene, nel senso che i saldi di bilancio non devono incidere sulla crescita della ricchezza nazionale.
Le affermazioni di cui sopra si traducono in un dato essenziale del bilancio dello Stato: il saldo primario non deve essere inferiore al 5% del Pil; ossia la differenza tra entrate e spese, al netto degli interessi sul debito pubblico, deve essere di tale entità da assicurare una inversione di tendenza rispetto al passato, dove il debito pubblico cresceva invece che diminuire, stante tale parametro intorno allo zero.
Con il decreto legge “Salva-Italia”, il Governo Monti ha conquistato questo parametro agendo – nell’immediato – sul lato delle entrate (ecco perché i 2/3 della manovra 2012-2013 erano spostati sull’aumento della pressione fiscale); da ora in poi dovrà essere mantenuto recuperando risorse da destinare alla crescita tagliando in modo selettivo e non lineare la spesa pubblica, attraverso la cosiddetta “spending review”, la quale dovrebbe far conoscere i primi modesti risultati tra qualche mese, secondo le dichiarazioni del Ministro Giarda.

Quello che mi preme sottolineare del decreto “Salva-Italia” è la credibilità e la sostenibilità delle misure adottate: il nuovo regime pensionistico è così definito, che i conseguenti tagli previdenziali sono veri. La rinnovata tassazione sulla prima casa è un’entrata strutturale garantita nel tempo. L’eventuale aumento dell’IVA dal 1° ottobre prossimo per sostituire il taglio degli sgravi fiscali per complessivi 20 miliardi di euro a regime dal 2014, è un dato reale e non approssimativo come invece era la “norma di salvaguardia” prevista dall’ex Ministro Tremonti nella prima manovra estiva del 2011, presupponendo il fallimento della riforma fiscale nei termini previsti da una delega che forse non sarebbe mai stata approvata nel 2012.

L’aumento della pressione fiscale ai massimi storici, il drenaggio di risorse private da parte delle banche che nel primo semestre 2012 devono rinnovare i 2/3 delle loro obbligazioni complessive con l’impegno ad emetterne altre per adeguarsi entro il 30.6.2012 agli obblighi di Basilea 3 e l’ulteriore drenaggio che provocherà il rinnovo di 400 miliardi di titoli pubblici nel mercato del risparmio privato, determineranno sicuramente una ulteriore depressione del nostro sistema economico, riducendo gli investimenti sia per mancanza di liquidità e sia a causa della diminuzione di consumi per la minore disponibilità di reddito da parte delle famiglie italiane.
Questa però è solo una faccia della dinamica di avvitamento che si registrerà, se consideriamo solo una parte dei fattori di crescita, o meglio di decrescita.
Posto che dobbiamo fare i conti con un rallentamento del PIL mondiale previsto per il 2012, c’è da dire che gli aspetti positivi di una politica di rigore e stabilizzazione dei bilanci delle Pubbliche Amministrazioni porta ad una maggiore fiducia dei mercati finanziari, che vedono o percepiscono la sostenibilità dell’alto debito pubblico italiano anche nel medio e lungo periodo; ciò si traduce in un minor costo dei rendimenti dei titoli pubblici che non può che far bene al bilancio dello Stato sul lato delle passività.
Tale sollievo libera (quanto meno non impegna) risorse sul lato della spesa, che da una parte potrebbe portare ad una riduzione delle entrate in una logica obbligata di pareggio di bilancio nel 2013 e dall’altra potrebbe risultare anche dalla correzione di alcune dinamiche perverse che con la stessa si determinano.

Quello che comunque conta, anche nella considerazione del combinato disposto di una riduzione della pressione fiscale derivante soprattutto dalla lotta all’evasione e di riduzione degli sprechi con una rimodulazione della spesa improduttiva, è che con la legge di stabilità del prossimo mese di settembre si possano liberare delle risorse per alcune riforme strutturali come quelle che da anni si aspettano nel mercato del lavoro.
L’apertura dei mercati con le cosiddette “liberalizzazioni” e la “riforma del mercato del lavoro” sprigiona sicuramente le migliori energie che operano in quei mercati, ma ciò avviene in una logica di “distruzione creativa” – come diceva Schumpeter - che lascia però sul tappeto morti e feriti, i quali pongono domande di carattere sociale non meno costose, nel breve periodo, di quelle concernenti l’attuale logica assistenzialistica.
Soprattutto l’auspicata flessibilità in uscita dal mercato del lavoro, potrebbe rivelarsi disastrosa per gli over 50, parimenti a quella che in questi ultimi 10 anni è stata per gli under 35, quando cioè è entrata in vigore solo una parte della legge Biagi.

La continuità della copertura previdenziale e la garanzia contributiva per i giovani under 35 è un dato che costa, ma va recuperato; non va trasferito agli over 50 con la stessa precarietà. Pertanto, ci dovrà essere anche un costo per gli over 50, che non può certo tradursi, come nel passato, con i prepensionamenti a carico della fiscalità generale.
Si tratta di finanziare dei meccanismi di copertura contributiva e assicurativa, a prescindere da quella retributiva, che può avere anche dinamiche limitate nel tempo, ovvero legate alla formazione e riconversione lavorativa. Si può perdere il lavoro e si può pure stare senza retribuzione per qualche mese, ma in tale tempo non possono fermarsi le coperture assicurative e contributive che riguardano la vecchiaia. Gli oneri, pertanto, dovranno essere coperti con le provviste che conseguono da questi mesi di riforme strutturali che il Governo Monti sta approntando e studiando.

2) Recuperare un disegno strategico europeo
La stabilizzazione finanziaria, la modernizzazione della burocrazia e del sistema infrastrutturale nazionale, il miglioramento della produttività del lavoro per unità di prodotto, l’innalzamento dell’efficienza della Pubblica Amministrazione con la riduzione degli sprechi e dei tempi delle prestazioni, migliorerà la redditività dei fattori complessivi del sistema Italia nella competizione internazionale.
Questo però è un dato finale! La semplice predisposizione degli strumenti operativi, ossia l’approvazione delle riforme al di là dei loro effetti, sono di per sé un investimento di fiducia e credibilità che mette l’Italia ed il suo sistema creditizio nella condizione di poter attingere prestiti nel cosiddetto “fondo salva-stati”, che fu inaugurato per la Grecia, la quale ne ha fatto il peggior uso, limitandone la credibilità quantunque l’avesse acquisita.

E’ bene sottolineare che tutto quello che il Governo Monti sta facendo ed ha fatto dal 16 novembre scorso è mirato ad avere fiducia e credibilità nel vertice del Consiglio europeo del 30 gennaio prossimo, quando soprattutto la Cancelliera Angela Merkel si convincerà – e convincerà i tedeschi – che l’Italia è affidabile nella sua convinzione di recuperare un cammino virtuoso verso la crescita e l’affidabilità dei suoi conti pubblici.
Solo in tale circostanza la Germania metterà la sua parte nel “fondo salva stati” e con essa il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Con il decollo di tale fondo, non solo l’Italia, ma l’Europa, quindi l’Euro, sarà salvo dagli attacchi speculativi.

Vediamo meglio di che si discute...
Il 9 dicembre scorso, a margine del consiglio europeo in corso di svolgimento, i 17 capi di Stato e di governo dell’eurozona, hanno adottato una dichiarazione volta a predisporre un nuovo trattato internazionale, per rafforzare la disciplina di bilancio e di coordinamento delle politiche economiche.
A questa dichiarazione hanno aderito altri 9 stati membri dell’UE: Bulgaria, Danimarca, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Ungheria, Svezia e Repubblica Ceca. In sostanza 26 delle 27 nazioni che aderiscono all’UE, ad eccezione del Regno Unito.
A tale conclusione si è arrivati perché il Regno Unito ha posto il proprio veto alla modifica dell’attuale Trattato di Maastricht, nella parte riguardante l’introduzione di una nuova normativa sui mercati finanziari (l’introduzione della cosiddetta Tobin Tax).

La “dichiarazione” ha prospettato due soluzioni: un nuovo trattato economico-finanziario; ovvero una nuova legislazione europea emanata dalla Commissione europea. L’importante è recepire il “Rapporto” presentato dal Presidente del Consiglio europeo Van Rompuy in attuazione del mandato del Consiglio europeo del 26 ottobre 2011.
Va detto che una buona parte di tale “Rapporto” è stata recepita dai sei Regolamenti approvati dalla Commissione europea l’8 novembre 2011 (il cosiddetto “six pack”) e il “Patto europlus”.

Quello che rileva però ai fini della nostra disamina politica è che il nuovo trattato sarà negoziato e stipulato al di fuori del quadro istituzionale dell’Unione europea, quindi senza il coinvolgimento delle istituzioni europee (Commissione e Parlamento europeo).
Ci troviamo di fronte, pertanto, ad una situazione di stallo politico dell’Unione, proprio in un momento di grave crisi finanziaria dell’euro, che invece richiederebbe un più alto tasso di efficienza e collaborazione dell’Unione europea e dei suoi Stati membri.
Una parte della speculazione finanziaria sull’euro – forse – deriva proprio da questa debolezza politica, alla quale l’Italia sta dando un grande contributo di reazione, in quanto, risulta essere la più colpita dagli stessi mercati finanziari.

Pur preferendo il metodo comunitario rispetto a quello intergovernativo, l’Italia ha preso atto del veto del Regno Unito ed ha cercato di spostare nel dibattito del nuovo trattatol’esigenza di collegare la stabilizzazione finanziaria a prospettive di crescita, mediante sostegno a investimenti nei paesi colpiti dalla crisi del debito sovrano, che riguarda principalmente il nostro Paese.

Il gruppo di lavoro preposto alla elaborazione di una bozza di “Trattato internazionale per un’Unione economica rafforzata” ha presentato la propria proposta lo scorso 19 gennaio, la quale è stata esaminata qualche giorno fa (il 24 gennaio) dal Consiglio Ecofin, ed è stata giudicata una “buona base di discussione”, riservando alla riunione straordinaria del Consiglio europeo del prossimo 30 gennaio l’approvazione definitiva.

La parte rilevante di questo trattato che riguarda direttamente l’Italia, prevede le modifiche al trattato istitutivo del Meccanismo europeo di stabilità (MES), istituito lo scorso 12 luglio 2011, con cui si garantisce l’assistenza finanziaria per la ricapitalizzazione degli istituti finanziari mediante prestiti ai governi, nonché la possibilità di poter intervenire sui mercati secondari per l’acquisto di titoli pubblici, previo consenso della BCE.
Tale “Fondo MES” avrà una capacità effettiva di prestito pari a 500 miliardi di euro ed avrà un capitale sottoscritto dagli stati dell’eurozona secondo le quote di partecipazione alla BCE di 700 miliardi di euro, con possibilità di integrazione del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Per l’Italia l’esistenza di questo “Fondo MSE” è vitale, se fosse già operante oggi, gran parte dei nostri problemi di liquidità delle banche per il rilancio dei consumi ed investimenti di famiglie ed imprese, sarebbe risolto. È tanto necessario questo prestito per superare l’attuale fase di recessione (la Confindustria prevede un Pil negativo dell’1,6% nel 2012), che l’Italia non ha chiesto l’anticipazione di sei mesi dell’entrata in vigore, ossia nel prossimo mese di luglio, anziché il 1° gennaio 2013, come attualmente previsto.

L’Italia, lo scorso 29 dicembre 2011, ha chiesto di emendare una prima versione del trattato, proponendo:

  • di conservare nella nuova cornice giuridica del Trattato la disciplina legislativa del “six pack”, che contiene l’individuazione di alcuni “fattori rilevanti” ai fini dell’attenuazione e della moderazione dell’applicazione del parametro di rientro del debito pubblico alla soglia del 60% del Pil, previsto dal “Patto di Bilancio” (“fiscal compact”), ossia, pari ad 1/20 l’anno del Pil per i prossimi 20 anni, a partire dal 1° gennaio 2015;
  • una strategia complessiva di convergenza tra l’esigenza di stabilizzazione finanziaria e la crescita economica, con particolare riferimento alla creazione di posti di lavoro, facendo leva in particolare sulle opportunità offerte dal mercato interno.

3) La via di uscita dalla crisi del Governo Monti
L’azione combinata del reale pareggio di bilancio nel 2013 previsto con il decreto “Salva Italia”, con le azioni per la crescita previste con i decreti sulle liberalizzazioni e sulla semplificazione amministrativa, il Governo Monti ha accompagnato le proprie richieste sulla modifica del nuovo Trattato con la credibilità necessaria per poter poi usufruire dei conseguenti benefici; soprattutto inerenti l’utilizzo del “Fondo MES”.
Accanto a questi parametri eminentemente tecnici, il Primo Ministro italiano ha chiesto ed ottenuto anche un avallo politico importante: una mozione che condividesse, a larga maggioranza, le richieste avanzate sia con gli emendamenti, presentati lo scorso 29 dicembre alla bozza di Trattato  sia gli argomenti che porterà a sostegno in sede di approvazione definitiva dello stesso Trattato il prossimo 30 gennaio.

Il Primo Ministro Monti, pertanto, in sede intergovernativa potrà sostenere con forza:

  1. la riaffermazione del metodo comunitario rispetto a quello intergovernativo;
  2. la stretta interconnessione tra stabilità e crescita, riaffermando così il modello europeo dell’economia sociale di mercato; 
  3. la continuità tra la legislazione comunitaria definita con il “six pack”  e il nuovo Trattato; 
  4. l’auspicio della ratifica di un numero adeguato e politicamente significativo dei Paesi dell’eurozona al fine di dare peso allo strumento prescelto della “cooperazione rafforzata”; 
  5. istituire un’Agenzia di rating europea, al fine di superare l’oligopolio delle Agenzie di rating americane;
  6. favorire la possibile adozione di strumenti innovativi di finanziamento allo sviluppo, quali eurobond e project bond.

Mi sembra gli sia stata data una dotazione di un paniere prestigioso e lungimirante.
Soprattutto quando a conclusione del documento si impegna il Governo “a promuovere una dichiarazione a latere (…) per riaprire in tempi e modi opportuni, il processo costituente verso una unione politica del popoli europei”.
Si tratta di una volontà europeista forte e decisa quella espressa dall’Italia che dovrebbe conteggiare i calcoli reticenti del Regno Unito, le paure della Germania e la prudenza francese.

L’Italia si mostra inequivocabilmente la lancia di testa dei paesi europei più europeisti. Bisogna stare attenti a non dare l’impressione che il nostro europeismo venga inteso come un annacquamento dei nostri ritardi nel processo di riforme e modernizzazione del Paese,  tra le virtuosità della mitteleuropa.

E’ di questa responsabilità che ci dobbiamo far carico nei prossimi mesi con questo Governo!