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SEI COSE CHE MONTI DOVREBBE DIRE A BRUXELLES

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È già incominciata ma adesso sta per entrare nel vivo la seconda fase del governo Monti. Come la prima fase in realtà entrò nel vivo con il Consiglio Europeo di dicembre così anche la seconda decollerà con il Consiglio Europeo di giugno. La cosa certo non meraviglia coloro che hanno capito come sia stretta la interdipendenza di politica nazionale e politica europea. Le forze politiche che vogliono dare un contributo devono adesso venire fuori con suggerimenti e magari anche con iniziative internazionali nei grandi partiti europei cui esse appartengono per contribuire a costruire un nuovo cammino per l'Italia e per l'Europa.

I Consigli Europei sono il punto di arrivo di una intensa attività precedente che prepara le proposte e determina anche il clima politico in cui esse vengono discusse.

A questa responsabilità l'UDC certo non si è sottratta ed alcune delle nostre proposte sono state enunciate da tempo.

Purtroppo mentre noi lavoravamo a costruire la fase due del governo Monti altri lavoravano alacremente a demolire la fase uno. Su questo dobbiamo essere chiari: se vogliamo aprire la fase della sviluppo nessun arretramento è possibile sul fronte del rigore. L'IMU è brutta ma la colpa non è di Monti ma di chi a suo tempo ha tolto l'ICI per vincere le elezioni. La riforma delle pensioni è dura ma la colpa è di chi a suo tempo ha abolito il famoso scalone Maroni per vincere le elezioni. Prodi e Berlusconi si sono comportati come un padre che regala al figlio la bicicletta e poi rimane senza i soldi per comprare il pane. Con quei comportamenti, con quella mentalità e con quel modo di fare politica non si creano i posti di lavoro e non si esce dalla crisi ma si affonda nel marasma e si prepara all'Italia un futuro di miseria e di fame;

ci si avvia a prendere, nel nuovo ordine mondiale, il posto della Cina fra le nazioni povere mentre la Cina prende quello dell'Italia fra le nazioni ricche. Spendere i soldi che non si hanno e continuare a fare debiti è una ricetta sicura per uscire dall'euro, creare inflazione, dimezzare il valore dei risparmi, dei salari e degli stipendi, precipitare l'Italia nella povertà e nel sottosviluppo. Non dobbiamo fare passi indietro sulla linea del rigore, dobbiamo fare passi avanti sulla linea dello sviluppo e della crescita.

Proviamo adesso a mettere insieme alcune idee per la crescita partendo dalla domanda: quali suggerimenti crediamo di dover dare a Monti in vista del Consiglio Europeo del 28 giugno a Bruxelles?

Il primo suggerimento che ci sentiamo di dare è che Monti spieghi a Bruxelles che in Italia c'è un debito pubblico nascosto di circa 60 o 70 miliardi di euro. Si tratta di debiti verso i fornitori che vengono pagati con un ritardo lunghissimo, fino a due anni. Come e perché si è formato quel debito? Solo in (relativamente piccola) parte si tratta di inefficienza burocratica. Il grosso dipende dal fatto  che, davanti all'aggravarsi della crisi ed alla difficoltà di indebitarsi a tassi di interessi ragionevoli il governo Berlusconi ha smesso di pagare ed ha messo gli enti locali nella impossibilità di pagare. Ancora un poco ed il governo avrebbe smesso di pagare anche le pensioni e gli stipendi della pubblica amministrazione. Per cominciare ha smesso di pagare quelli che forniscono beni e servizi alla pubblica amministrazione. Di conseguenza migliaia di piccole imprese sono alla canna del gas, non possono pagare a loro volta i lavoratori ed i fornitori e si diffonde una gravissima crisi di illiquidità. Illiquidità significa che il lavoro c'è ma chi lavora non viene pagato. Diversi fini intelletti finanziari si sono esercitati alla ricerca di un modo per pagare senza far emergere nuovo debito nel gran libro del debito pubblico, senza riuscire fino ad ora a cavare un ragno dal buco. Altri hanno proposto di detrarre questi crediti dalle tasse dovute allo Stato. Tecnicamente è complicato, praticamente è insufficiente perché molte volte i crediti sono molto più alti delle tasse dovute. Io mi permetto di dare al governo un consiglio semplicissimo: certifichi questi debiti, emetta in tempi brevi titoli aggiuntivi di debito pubblico per gli importi corrispondenti e paghi i suoi debiti. Spieghi alla Unione Europea che non si tratta di debito nuovo ma di debito vecchio tenuto nascosto. Spieghi anche agli investitori interni ed esteri che se vedranno che la cifra del debito pubblico sale da120 a 125 punti pil non si devono allarmare. Questo non significa che il debito è cresciuto e la manovra del governo è fallita. Il debito era già da prima a 125 punti pil, solo che il dato vero era stato tenuto nascosto.

L'operazione si può fare per tre motivi. Il primo è che il governo Monti ha la credibilità internazionale per dire queste cose ed essere creduto. Il secondo è che questo è un segreto di Pulcinella. Che questo debito nascosto ci sia lo sanno tutti e, anzi, quelli che non si fidano dell'Italia lo esagerano, dicono che si tratta non di 60 ma di 100 o di 200 miliardi e che non è risanabile e che gli italiani sono degli imbroglioni inaffidabili e che

l'Italia è già fallita e quindi è inutile cercare di salvarla. Se lo certifichiamo nelle sue dimensioni reali tutti diranno: solo 60 miliardi? Così poco? Con questa operazione gli italiani mostrano di essere persone serie e corrette. La terza ragione per cui l'operazione si può fare è che l'Italia non è l'unico paese ad avere dei conti poco trasparenti. Da tempo voci autorevoli chiedono una armonizzazione dei criteri contabili dei paesi membri ed è venuto il tempo di farla.

Il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione è l'unica cosa che possa rendere meno nero il 2012. Tutte le altre misure di cui si è parlato hanno tempi di attuazione tali che difficilmente i loro effetti si possono vedere prima del primo o anche del secondo semestre del 2013. In questo caso invece non ci sono leggi da approvare, bandi di gare da promulgare o altre procedure burocratiche da espletare. I denari erogati entrano immediatamente nel circolo della economia nazionale con un effetto potente di sostegno e di ravvivamento.

 

Il secondo suggerimento che diamo a Monti è che dica (e, per la verità, lo sta dicendo da tempo)  che il patto fiscale va bene ma non è sufficiente. Bisogna fare dei passi verso una vera politica economica comune. Il patto fiscale è preoccupato soprattutto di imporre la necessaria disciplina a paesi che, attraverso deficit di bilancio eccessivi, producono inflazione e la distribuiscono poi a tutti i paesi membri. Un paese che rientra da un debito eccessivo riduce i consumi interni. È evidente che, in quelle condizioni, lo stimolo alla crescita può venire solo dalle esportazioni. Un aiuto potente può venire da stati membri virtuosi (leggi Germania) che hanno un enorme avanzo di bilancia dei pagamenti, sono molto competitivi e fanno da diversi anni politiche di moderazione salariale. La Commissione Europea dovrebbe invitare questi paesi a lasciare più soldi nelle tasche dei propri cittadini diminuendo le tasse, oppure ad aumentare i salari, oppure a spendere per migliorare la qualità dei servizi pubblici... In questo modo le imprese dei paesi che devono stringere la cinghia potranno esportare i loro prodotti nei paesi che possono permettersi di spendere di più. Occorre avere una visione complessiva del mercato europeo e delle sue condizioni di equilibrio. La virtù della parsimonia, portata all'eccesso, si capovolge nel vizio della avarizia. Esiste, per la verità, qualche segnale che la Germania stia andando nella giusta direzione. Schaeuble ha detto cose giuste a proposito del contratto dei metalmeccanici che è in fase di rinnovo, la Volkswagen ha dato ai suoi addetti un bonus consistente e il settore pubblico ha avuto un buon contratto. Il più, però, è ancora da fare. I paesi della Europa mediterranea devono fare propri molti aspetti positivi del modello tedesco: la disciplina di bilancio, la moderazione salariale etc... I tedeschi però devono sapere che alcuni aspetti del loro modello non sono generalizzabili a livello europeo e devono cambiare. Il modello tedesco è trainato in modo ossessivo dalle esportazioni. Il modello europeo deve curare anche le importazioni e mirare ad un equilibrio in cui esportazioni e mercato interno si bilanciano ragionevolmente. Nel mondo di oggi Germania e Cina hanno modelli economici trainati in modo ossessivo dalle esportazioni e molti guardano al loro esempio ma se tutti vogliono esportare chi mai importerà? Fino a ieri lo facevano gli Stati Uniti. Oggi gli Stati Uniti devono tagliare il loro enorme deficit commerciale. L'Europa non può darsi un modello trainato dalle esportazioni, deve darsi un modello bilanciato.   

In conclusione: il patto fiscale deve essere bilanciato da un patto per lo sviluppo. L'Eurogruppo e la Commissione devono avere il potere di prescrivere ai paesi più virtuosi politiche espansive complementari alle politiche di contenimento pretese dai paesi più indebitati. I loro cittadini saranno contenti ma contenti saranno anche i cittadini dei paesi in difficoltà che in un mercato europeo allargato troveranno occasioni per vendere i loro prodotti e salvare i loro posti di lavoro. Così nasce una politica economica comune europea.

Il terzo suggerimento che diamo è che Monti chieda un coordinamento delle politiche economiche mirato a realizzare il cosiddetto programma di Lisbona. Nel Consiglio Europeo del marzo 2000 a Lisbona i Capi di Stato e di Governo dell'Unione approvarono un programma decennale per trasformare l'Europa nella economia della conoscenza più avanzata del mondo. Nel mondo globalizzato i paesi poveri usano in modo efficace per crescere la risorsa fondamentale di cui dispongono: la forza lavoro a basso costo. Le nostre imprese perdono quote di mercato e i nostri lavoratori non trovano più impiego. Il costo del lavoro in Europa è troppo alto e non è competitivo. O abbassiamo il costo del lavoro fino a livelli cinesi o eleviamo la qualità del nostro lavoro e facciamo cose che i cinesi non sanno fare. Abbiamo bisogno di scuola ed università di qualità, di formazione professionale e ricerca scientifica di eccellenza. Abbiamo bisogno anche di infrastrutture materiali avanzate (porti, aeroporti, alta capacità ed alta velocità ferroviaria, rete digitale etc...) che inducano le imprese a investire e creare posti di lavoro in Europa. Dobbiamo semplificare le procedure burocratiche e facilitare chi vuole creare ricchezza e lavoro. Dobbiamo completare il mercato interno, soprattutto quello dei servizi, smantellare i monopoli e favorire la concorrenza, liberalizzare l'accesso alle reti etc...

Di tutte queste cose alcuni paesi hanno fatto poco o nulla. Le ragioni sono due. Il metodo di realizzazione scelto è stato il cosiddetto "metodo di coordinamento aperto", cioè sostanzialmente uno scambio di informazioni sulle "buone pratiche". Abbiamo bisogno invece di fissare obiettivi e di corredarli di opportune sanzioni positive e negative. Il secondo motivo per cui quei programmi sono rimasti lettera morta è che sono mancati i mezzi finanziari sufficienti a fare gli investimenti necessari. Dobbiamo mobilitare le risorse necessarie coinvolgendo il settore privato attraverso la cosiddetta finanza di progetto. È necessario anche un impegno finanziario comune europeo. L'impegno dei privati ha bisogno per essere catalizzato di un forte impegno pubblico.

La quarta cosa che suggeriamo a Monti di dire a Bruxelles è che un grande piano di infrastrutturazione dell'Europa deve essere finanziato con project bonds, titoli di credito comuni europei.  È chiaro che un piano così si può fare meglio e più efficacemente a livello europeo e pertanto ricade nella competenza dell'Unione sulla base del principio di sussidiarietà. Egualmente nell'ambito di competenza dell’Unione ricade il suo (parziale) finanziamento. Esso può avvenire mobilitando le risorse della Banca Europea degli Investimenti ma anche attraverso la emissione di titoli europei per lo sviluppo (project bonds o growth bonds). Al servizio di questo debito si potrebbe provvedere attraverso una tassa sulle transazioni bancarie, di importo così basso da non ostacolare le transazioni ordinarie ma sufficientemente elevato per scoraggiare quelle speculative e far pagare agli speculatori (una parte de)i danni da loro provocati.

Un grande piano di investimenti per la infrastrutturazione dell'Europa avrebbe naturalmente un effetto potente di sostegno alla domanda e corrisponde quindi alle domande di una visione keynesiana della economia. Esso tuttavia è mirato non al sostegno della domanda ma a quello della offerta. Esso migliora la competitività dell'Europa e genera quindi nel tempo le risorse che servono a pagarlo. È infatti cosa diversa sostenere la domanda con sussidi o con investimenti. Su questa proposta è forse possibile conciliare le visioni a prima vista divergenti di Hollande e di Angela Merkel.

La quinta cosa che pensiamo Monti dovrebbe dire a Bruxelles è che bisogna agire per ricondurre la finanza alla sua funzione propria che è quella di sostenere le imprese nella creazione di ricchezza e di occasioni di lavoro. Per questo è opportuno porre dei vincoli alla finanza speculativa. Bisogna regolare il mercato dei derivati proibendo la assicurazione per rischio altrui e frenando quindi la speculazione e sarebbe anche opportuno rafforzare la vigilanza bancaria a livello europeo migliorando anche il coordinamento fra BCE e EBA. Oggi la BCE si preoccupa dei rischi sistemici e l'EBA dei rischi microeconomici. Talvolta esse danno alle banche indicazioni contraddittorie non perché non abbiano criteri di fondo comuni ma perché in tempi così difficili bisogna adeguare la propria azione in tempo reale ad una situazione continuamente cangiante. È capitato, per esempio, che nello stesso momento la BCE incoraggiasse le banche a comprare titoli di stato e la EBA le dissuadesse dal farlo. Forse sarebbe opportuno unificare la vigilanza in capo alla BCE o almeno provvedere ad un migliore coordinamento.

La sesta ed ultima cosa che riteniamo utile che Monti dica a Bruxelles è che abbiamo bisogno di rilanciare energicamente una idea politica della Europa. Non è possibile avanzare verso una politica economica comune, istituire un debito pubblico comune e non avere una sovranità politica comune. Oggi le istituzioni europee sono un impaccio per l'esercizio della sovranità dei singoli stati che non può essere efficacemente fatta valere. Una sovranità comune, d'altro canto, ancora non c'è. Di qui il prevalere della burocrazia, della tecnocrazia e delle lobbies a livello europeo. In realtà non è corretto dire che la sovranità nazionale è impedita nel suo esercizio dalle istituzioni europee. In realtà nell'epoca della globalizzazione gli stati nazionali non hanno le dimensioni necessarie per un efficace esercizio della sovranità. O risolviamo il problema della dimensione continentale della politica e dell'esercizio della sovranità o saremo inevitabilmente oggetti e non soggetti della politica nella era della globalizzazione. Un esercizio comune della sovranità presuppone però una identità culturale comune. Dobbiamo affrontare di nuovo, nei tempi dovuti, il tema di una Costituzione europea. Dobbiamo farlo non di nascosto ma apertamente, coinvolgendo i popoli in un grande dibattito ideale, spiegando senza timore le ragioni dell'Europa, cercando strumenti efficaci per democratizzare le strutture ed i processi decisionali della Unione Europea.

Una Unione politica non può eludere il tema della identità culturale. La crisi attuale della idea europea è iniziata con il rifiuto della proposta di Giovanni Paolo II sulle radici ebraico-cristiane dell'Europa. Nessuna altra proposta credibile al suo posto è stata avanzata. Forse è ancora necessario ripartire da quella.